La sindrome del beagle

 


Quando i minatori in sciopero, accampati nella scuola intitolata a Domingo Santa Maria, presidente del Cile, videro arrivare l’esercito con carriaggi carichi di mitragliatrici e cannoni leggeri, li accolsero con gioia, perché erano convinti che il governo di Santiago li avesse mandati per risolvere i loro problemi legati allo sfruttamento cui erano sottoposti dai padroni inglesi delle miniere. Non si immaginavano che quelle mitragliatrici erano state mandate lì, agli ordini del generale Roberto Silva Renard, per loro, per costringerli a porre termine allo sciopero e a tornare al lavoro. Era il 21 dicembre del 1907 e la cifra più corretta dei minatori uccisi si avvicina a 2.200, anche se alcuni storici non escludono che si sia arrivati a 3.600, tutti sepolti in fretta e furia in fosse comuni. Fu la strage di lavoratori più grande della storia del sindacato operaio. 

 

 

Novantaquattro anni dopo, in un’altra città di mare, Genova, gli sbirri agli ordini del Capitale entrarono di notte nella scuola Diaz, dove dormivano nei loro sacchi a pelo ragazzi e ragazze stranieri che erano lì per partecipare alle manifestazioni contro il vertice del G8. I militari cominciarono a manganellare i dormienti e quando tutto fu finito qualcuno disse: “Non cancellate gli schizzi di sangue sui muri perché i giornalisti devono sapere cosa è successo qui stanotte”. Ma prima che arrivassero i giornalisti, dopo il brutale pestaggio, entrò in scena un funzionario vestito elegantemente, accompagnato dalle guardie del corpo. Non aveva la fascia tricolore a tracolla, ma i traumatizzati giovani capirono lo stesso che era un personaggio di una certa importanza, e furono contenti di vederlo perché, proprio come i minatori cileni quando videro entrare in città i militari governativi, pensarono che un funzionario di un certo livello fosse al di sopra dei comuni poliziotti, potesse rendersi conto dell’abuso che era stato compiuto ed eventualmente testimoniare davanti ai giudici. Non si resero conto, quei ragazzi e quelle ragazze pieni di lividi e ferite, che si trattava di un funzionario di polizia e, abituati com’erano a considerare buone le istituzioni, ragionarono come ragionano i cagnetti beagle che leccano letteralmente la mano del vivisettore che li tormenta. I vivisettori scelgono proprio quella razza canina per la sua indole remissiva e noi tutti siamo come quei beagles: remissivi e fiduciosi in chiunque indossi un’uniforme, che sia il camice bianco dei medici o la divisa da vigile urbano. Ci hanno condizionato così fin dall’infanzia e siamo quindi alla loro mercé. Ma poi arriva il disincanto, la stupefatta rivelazione e ci accorgiamo che la fiducia nei confronti delle istituzioni è sempre mal riposta.

La seconda guerra mondiale era finita da cinque anni e l’Italia stava cercando di riavviare la produzione industriale. Gli operai modenesi erano sfruttati dai capitalisti che li sottoponevano a condizioni di lavoro solo un pochino migliori di quelle dei minatori cileni. Il glorioso sindacato di Sinistra denominato CGIL, oggi in pieno declino, indusse diversi scioperi in quel periodo, ma il 9 gennaio 1950 i carabinieri uccisero a sangue freddo sei operai in sciopero, uno dei quali, solo perché indossava una sciarpa rossa, fu pestato a morte con i calci dei fucili. Non credo che gli scioperanti, quando videro arrivare i carabinieri, pensassero che fossero venuti per aiutarli ad ottenere migliori condizioni di lavoro, ma di sicuro non si aspettavano quel tiro al piccione che poi si verificò. Per l’ennesima volta ci fu la dimostrazione che i capitalisti si servono delle forze dell’ordine per opprimere gli operai, in quella che conosciamo come “lotta di classe”. L’esercito e la polizia servono a quello: il primo per combattere il cosiddetto nemico esterno e la seconda per combattere il presunto nemico interno. Noi popolazione, plebe informe, massa recalcitrante e ribelle, nonché bocche inutili, così appariamo ai loro occhi: nemici. E’ preferibile non dimenticarlo mai e quando vediamo avvicinarsi gente in divisa è meglio allontanarsi senza correre, come se ci trovassimo in presenza di un leone o un orso. Non correte, ma allontanatevi il più velocemente possibile, cercando di non dare nell’occhio. Ma se gli sbirri dovessero fermarvi per strada, cercate di apparire non pericolosi, tenete lo sguardo basso e soprattutto non fate gesti inconsulti, perché i loro cervelli da predatore potrebbero male interpretare le vostre intenzioni.

Commenti

  1. Esatto
    Proprio quello che è successo pochi giorni fa ad una donna di 37 anni freddata in auto da un poliziotto negli USA perché non aveva rispettato un ordine di fermarsi.

    Quello della legge della giungla è un mio chiodo fisso.
    Le forze di polizia sono predatrici , bisogna diffidare di loro , mantenere la calma , non fare mosse false , proprio come davanti a un branco di lupi o un orso.
    E sperare che finisca lì

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    Risposte
    1. La donna americana probabilmente voleva solo allontanarsi, schivando il poliziotto, ma molti anni fa, in provincia di Udine, un guardiacaccia rischiò veramente di essere investito da un bracconiere in fuga sulla sua auto.

      Il guardiacaccia estrasse la pistola d'ordinanza e sparò ad altezza d'uomo verso la macchina che si allontanava.

      Per fortuna, il proiettile si conficcò nel poggiatesta dell'auto e non nella testa bacata del bracconiere.

      Il guardiacaccia fu giudicato per "tentato omicidio" e perse il lavoro.

      Non so se fece anche qualche periodo in carcere.

      Questo succedeva in Italia circa trent'anni fa.

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