Washington & Hollywood, fratelli siamesi

 
 

Verrebbe da pensare, in modo surreale, che le guerre scatenate da Washington vengano fatte per dare la possibilità ad Hollywood di produrre una serie di film in cui i nemici degli Stati Uniti interpretano la parte dei cattivi, mentre i soldati americani quella dei buoni, con tanto di eroi ed eroine. Ma ovviamente non è così, perché i motivi per cui l’impero americano dà inizio a svariate guerre in giro per il mondo sono di natura economica e di potere, soprattutto per accaparrarsi le risorse locali e naturalmente vengono fatte con la scusa di esportare la democrazia. Non sono un esperto cinefilo, ma non è necessario esserlo per rendersi conto che fino agli Anni Settanta, i nemici erano gli indiani americani, perché il genocidio di quelle popolazioni costituì una ferita profonda nell’animo degli statunitensi, con le eggregore che hanno continuato a “lavorare” per parecchi decenni dopo la fine delle guerre indiane. 

 

 

Una volta riabilitati i nativi americani, com’è successo a partire dagli Anni Settanta, Hollywood dovette trovare altri nemici da schierare nei suoi film come antagonisti dei buoni soldati americani. Ed ecco presentarsi i Vietcong, che hanno caratterizzato la guerra del Vietnam, per essere sostituiti con gli iracheni di Saddam Hussein e dai talebani dell’Afghanistan. Non so se esistono film che abbiano i coreani come nemici, durante e dopo la guerra di Corea, mentre il nemico russo è stato ed è ancora, soprattutto oggi, un “evergreen”, un sempreverde, perché il russo è il Nemico per antonomasia degli americani e di film dove i russi, oltre ad ubriacarsi di vodka, fanno gli spacciatori, i mafiosi, i cattivoni della situazione, si sprecano.

Tra i film in cui i nemici sono interpretati dagli afghani, quello che ho visto ieri sera, che ha come regista il bravo Guy Ritchie, coglie un aspetto umano di quella guerra, e cioè l’amicizia tra un sergente americano e una guida locale, oserei dire un’amicizia fraterna, dove gli eroi sono due: il sergente, ma prima ancora la guida afghana. Il copione è sempre lo stesso: gli americani invadono, impongono i loro governanti fantocci, distruggono città e villaggi, ma restano sempre uomini dall’anima candida, che incarnano i valori della giustizia, della libertà e, in questo caso, dell’amicizia fra i popoli. Ciò che mi ha colpito di più, fra i titoli di coda, è che 300 interpreti e relative famiglie sono stati trucidati per collaborazionismo dai talebani, dopo la partenza degli statunitensi. Si può chiamare anche “intelligenza con il nemico” , l’abbiamo sperimentata anche noi in Italia ed è un reato che, dal punto di vista militare, determina la pena di morte. Proprio come le spie vengono messe al muro senza tanti complimenti, così le segretarie del partito nazionale fascista furono prima rasate a zero, spesso violentate e poi fucilate dai nostri valorosi partigiani. Quindi, io mi chiedo: se i partigiani hanno fatto bene ad uccidere impiegate e dattilografe per collaborazionismo con i fascisti, anche i talebani hanno fatto bene a fare la stessa cosa con gli interpreti degli americani? Se i talebani sono stati demoni malvagi, si può dire la stessa cosa dei nostri...”volontari della libertà”? Lascio a voi la risposta.

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