Le quattro colonne della saggezza



Il libro in oggetto fu pubblicato nel 1921 e contiene la traduzione fatta dal viennese Karl Eugen Neumann di antichi testi risalenti a più di duemila anni fa e rimasti conservati in un tempio buddista in Sri Lanka, finché una squadra di archeologi europei non li scoprì alla fine dell’Ottocento. L’ho letto e riletto, ma non sono riuscito a capire quali fossero i quattro pilastri della saggezza secondo il Buddha. Per fortuna, in mio soccorso è venuto un video su you tube che ha messo ordine nella mia testa confusa. Ma prima di accingermi a descrivere i quattro pilastri della saggezza, devo evidenziare che per capire un qualsiasi testo non basta che sia nella propria lingua madre, ma deve essere anche nella propria logica madre. Non so con certezza se esista una logica madre, ma so che non basta leggere un testo nella propria lingua, perché ci vuole anche la stessa logica. Evidentemente, i seguaci di Siddharta Gautama, che hanno scritto tali testi, non ragionavano come ragiona l’uomo moderno, che oltre tutto è nato in quello che Gandhi chiamava “il barbaro Occidente”. Quell’uomo moderno, nato e cresciuto nel barbaro Occidente, sono io!


 

1) La vita è dolore e sofferenza



2) Dolore e sofferenza hanno cause precise



3) Dolore e sofferenza si possono far cessare



4) Li si può far cessare seguendo l’ottuplice sentiero.




1) Nostro malgrado, senza che lo avessimo chiesto, siamo stati catapultati in questa “valle di lacrime” e un poeta come Giacomo Leopardi, pure senza aver fatto particolari studi buddisti, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” scriveva: “Dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dì natale”. Andando più indietro nel tempo, troviamo gli stoici, i pitagorici, Eraclito ed Epicuro, per tacere della tragedia greca nel suo insieme, che erano dal tutto convinti che la vita fosse sofferenza e anche loro ne indicavano le varie cause. Forse per questo diffuso pessimismo sociale, la dottrina di San Paolo, rivolta specificamente ai greci, trovò largo successo e noi la conosciamo come cristianesimo, il quale ebbe successo perché offriva una speranza alla visione negativa imperante nella società dell’epoca.



2) Mentre gli stoici consideravano le passioni e le emozioni estreme come cause di sofferenza, per Buddha la sofferenza nella nostra vita nasce innanzitutto dall’ignoranza della realtà e successivamente dal desiderio incessante di beni materiali, nonché dall’essere morbosamente attaccati ad essi. Sadhguru, che non è buddista ma induista, afferma qualcosa di simile, quando dice che la sofferenza causata dal nostro bisogno di nutrirci è inevitabile, perché sia che si mangi animali o che si mangi piante, si tratta di violenza. Nutrirsi è necessario, ma il desiderio del cibo diventa peccaminoso e lo è ancora di più sopprimere delle vite senza necessità, ma per puro piacere. Un cacciatore (o un “pescasportivo”), se escludiamo Roberto Baggio che del buddismo non ha capito niente, non potrebbero mai essere buddisti, perché uccidono senza averne necessità.



3) Uscire dallo stato di sofferenza e dolore, secondo il buddismo, si può e l’esito finale sarebbe la liberazione, che si può anche chiamare Illuminazione o Nirvana. Questo è il terzo pilastro della saggezza buddista e rappresenta ciò che anche il cristianesimo alla fine offre: la speranza di una vita migliore. Tuttavia, la differenza tra la religione cristiana e la filosofia buddista consiste nel fatto che la prima rimanda la cessazione del dolore e della sofferenza a un’altra vita dopo la morte corporale, mentre la seconda afferma che la fine del dolore e della sofferenza si può raggiungere già in questa nostra vita. Come farlo è spiegato nel quarto pilastro.



4) C’è un percorso da fare, un impegno da prendere sul serio, una condotta di vita che unisca saggezza, etica e concentrazione. Nel libro che ho citato all’inizio si parla di “sentiero ottopartito”, ma nel linguaggio moderno si preferisce definirlo “ottuplice sentiero”. Tale sentiero richiede che l’individuo abbia:



1) una retta visione



2) un retto pensiero



3) una retta parola



4) una retta azione



5) un retto sostentamento



6) un retto sforzo



7) una retta consapevolezza



8) una retta concentrazione



Alcune cose già le metto in pratica, ma su altre ci devo ancora lavorare. Per la serie, come lessi in un cartello appeso in un’autofficina: “Il possibile lo facciamo tutti i giorni, l’impossibile qualche volta e per i miracoli ci stiamo organizzando”. Se dovesse funzionare, ve lo farò sapere! Intanto, per concludere, riassumo gli otto passaggi:



1) analizzare onestamente la situazione, che riguardi noi o gli altri;

2) avere pensieri puliti e positivi, tenendo fuori dalla propria mente la “spazzatura”;

3) adottare un linguaggio privo di turpiloquio, pacato e rispettoso verso chiunque;

4) comportarsi correttamente in ogni gesto e azione della propria vita;

5) guadagnarsi da vivere senza pesare su nessuno;

6) tendere ogni nostro sforzo mentale e fisico verso il Bene, personale e collettivo;

7) tenere sempre a mente se stessi nel contesto della collettività, come se potessimo essere presi a modello;

8) restare centrati e concentrati sull’andamento della propria retta vita, compassionevole verso tutti gli esseri.



Buddha insegna che l’unica cosa permanente è l’impermanenza. Siamo transeunti. Siamo mortali. Quindi, siate sempre gentili con tutti quelli che incontrate: potrebbe essere l’ultima volta che li vedete.




Commenti

  1. Buddha, per ovvi motivi cronologici, non ppteva conoscere l'evoluzionismo e si sente.
    Manca quindi la consapevolezza che la sofferenza è frutto inevitabile della nostra natura animale, che ci condizione a livello genetico, lasciando ben poco spazio al retto pensiero da lui ipotizzato.

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