Chi cristiano si fa, il musulmano se lo mangia!
Non pensavo che alla COOP di Codroipo ci fosse un angolo dei libri che si possono prendere e poi restituire, oppure tenerseli, o per lo meno non ci avevo mai fatto caso, ma ieri mi sono fermato, dopo aver pagato alla cassa le merci che avevo comprato, e ne ho presi due. “Racconti di Gerusalemme”, di Shemuel Yosef Agnon e una biografia di Gandhi. La sera, a letto, ho cominciato il primo ma l’ho quasi subito scartato perché nel racconto intitolato “Un cane randagio”, c’era come protagonista proprio un cane randagio preso a sassate nei vicoli della Gerusalemme Vecchia. Anche se il racconto fu scritto negli Anni Venti, e quindi va contestualizzato e messo in relazione con la mentalità dell’epoca, non mi è bastata come giustificazione, per spiegare il fastidio che quella lettura mi provocava, e l’ho messo da parte. L’altro, su Gandhi, l’ho letto nel corso della notte, finendolo prima che sorgesse l’alba.
Ho trovato un’analogia tra Gandhi e Khamenei, il primo assassinato all’età di 79 anni con tre colpi di pistola, il secondo ucciso dagli americani a 86 anni con il bombardamento della sua abitazione, dove sono morte anche altre persone della sua famiglia. Entrambi hanno cercato il martirio, Gandhi per dimostrare di essere stato un vero Mahatma, cosa che non si sarebbe potuta dire se fosse morto nel suo letto, di malattia, l’altro per fare un martire di se stesso, da dare al suo paese come stimolo per resistere all’aggressione israelo-americana. Gandhi non si curava della sua incolumità e anche la negligente polizia indiana non si era spesa troppo per salvaguardare la sua vita, mentre Khamenei non si era rifugiato in un bunker, ma era rimasto nella sua abitazione, come Salvador Allende, presidente del Cile, che rimase nel suo ufficio l’undici settembre del 1973, mentre i militari, fuori, lo cannoneggiavano.
Gandhi sapeva di aver fatto il suo corso e considerava conclusa la sua missione, che fu quella di cacciare gli inglesi dall’India, mentre il vecchio Khamenei aveva già da tempo nominato suo figlio a succedergli come erede spirituale e politico dell’Iran. Entrambi sono stati uccisi dall’imperialismo angloamericano, benché gli inglesi se ne fossero andati dall’India il 15 agosto del 1947, mentre l’assassinio di Gandhi avvenne il 30 gennaio del 1948. Se gli inglesi non avessero avuto il vizietto di conquistare il mondo, Gandhi probabilmente sarebbe morto di vecchiaia, proprio ciò che voleva evitare.
Mentre israeliani e statunitensi contavano su un’insurrezione interna dell’Iran, attuata anche con l’aiuto dei cosiddetti agitatori, insurrezione che non è avvenuta, in India, quando gli inglesi se ne andarono, lasciarono l’ex colonia spaccata in due tronconi: l’India e il Pakistan, abitati rispettivamente da induisti e musulmani. La divisione però non fu indolore, anzi, provocò migliaia di vittime sia da una parte che dall’altra, perché migliaia di persone dovettero lasciare case e beni per trasferirsi nel territorio di competenza. Molti indiani, perciò, considerarono Gandhi responsabile del disastro sul piano sociale, accusandolo di essere amico dei musulmani, e quindi un traditore. Quando fu ucciso, festeggiarono. Ma se per Gandhi si può parlare di ingenuità, per gli inglesi di cosa si deve parlare? Non attuarono un disastro simile anche alla nascita dello stato di Israele? Non cercarono di accontentare sia gli arabi che gli ebrei, finendo per scontentare tutti? Gli inglesi, ovunque vadano, fanno danni. Per tacere della loro colonia più famigerata, gli Stati Uniti.
Pochi giorni fa, per festeggiare la fine del Ramadan, il vescovo Andrea Migliavacca, di Arezzo, ha portato il saluto della Chiesa durante l’apposita cerimonia organizzata dalla locale comunità bengalese. Sui social è stato massacrato, ma lui faceva solo il suo mestiere di vescovo e incarnava lo spirito cristiano di tolleranza religiosa. Anche Gandhi aveva in mente l’ecumenismo, prendendo posizione a favore dei musulmani e forse si può ipotizzare che se ai suoi tempi fossero esistiti i social, l’odio si sarebbe manifestato in modo virtuale, anziché reale, con le carneficine che si verificarono tra induisti e musulmani, in una specie di faida che sembrava non finire mai. Gandhi era molto amareggiato, per questo, finché l’odio religioso non lo raggiunse facendolo passare alla storia come un eroe anticolonialista, benché il suo assassino, e l’organizzazione di cui faceva parte, lo considerassero un rinnegato.
Il nostro vescovo toscano difficilmente passerà alla storia, ma la certezza che la mano tesa dalla Chiesa agli islamici non venga morsa anziché stretta fraternamente, non l’abbiamo e non possiamo escludere che il gesto di amicizia non solo non venga capito, da chi ne è il destinatario, ma venga respinto con disprezzo in quanto proveniente da un infedele. Noi, per loro, siamo infedeli e in quanto tali ci attende il ceppo su cui mozzarci la testa. Vista la mentalità retrograda e fanatica che hanno, chi di noi può escludere categoricamente una tale eventualità? “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”, dice un antico adagio. Vorremmo che le cose fossero diverse, ma purtroppo, conoscendo la natura umana, stanno proprio così.

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