La spia rossa
Perché nella vita commetto sempre sciocchezze? Perché tutto deve sempre andare in malora? I miei rapporti con le persone, un disastro! Il mio lavoro, un incubo! Il mio matrimonio, un fallimento. Dipende dal fatto che sono un PAS? Solo da questo? Ma l’ho scoperto da poco, d’essere un PAS. Prima di scoprirlo vivevo nel mondo come un principiante, come un ragazzetto entusiasta, come un povero scemo, non sapevo nulla delle persone e mi fidavo. Proiettavo sugli altri quello che c’era dentro di me, bontà, gentilezza e disponibilità. Pensavo che tutti fossero così e anche dopo le prime disillusioni, i primi tradimenti, le prime carognate che avevo ricevuto, ho continuato ad avere fiducia nel prossimo. Nulla mi aveva finora scalfito, perché l’umanità è strabiliante, gli uomini sono buoni per natura, l’essere umano, sia maschio che femmina, è meraviglioso. Quindi, ero io sbagliato, sono io quello sbagliato. Non c’è altra spiegazione. Devo essere soggetto, fin dalla nascita, a qualche particolare sfiga cosmica. Sono nato sotto un segno sbagliato, una combinazione malefica di stelle. In me, e solo in me, c’è la Colpa. Il marcio. Il putridume.
Ho tuttavia cercato di sottrarmi a questo incantesimo. Ho cercato di emendarmi, di superare le bassezze in cui sguazzavo, di gettare il cuore oltre l’ostacolo della materialità, ma nonostante tutti questi sforzi, non sono riuscito ad ottenere nulla. E continuo a sentirmi un buono a nulla. Anzi, ho peggiorato le cose, ogni oggetto che mi cade di mano, ogni piatto che in cucina sbatte contro il lavello, o un bicchiere contro un altro bicchiere, quel rumore m’infastidisce. Mi penetra nel cervello come un trapano. Penso alle molecole che cozzano tra loro, e al suono che ne deriva, un urlo metafisico che lacera l’armonia del mondo, e la cucina è il luogo adatto per questi incidenti. Le cose si rompono, sbattono tra loro come fossero dotate di vita propria. Litigano. Le mie mani non fanno il loro dovere e il pollice opponibile mi sembra una leggenda metropolitana. E per finire, gli scarichi si otturano. Gli avanzi di cibo ristagnano. La muffa furoreggia. La polvere si accumula. In tutta la casa.
Fuori è ancora peggio. Non sopporto gli sguardi della gente, i sacchi delle immondizie sui marciapiedi, l’abbaiare dei cani, miei e altrui, il passare delle macchine e la puzza che si lasciano dietro, i rospi schiacciati sull’asfalto, i pezzi di terra lasciati dai trattori. Ma c’è una cosa mi conforta, quando sono per strada: il volo degli uccelli nel cielo, e ne vedo tanti dove abito, piccoli e grandi, silenziosi o mentre emettono le loro voci. Così, cammino a naso in su, guardandoli volare e a volte anche mi fermo in mezzo alla strada, incantato nel guardarli. Succede però al mattino presto, quando non passano macchine.
La gente trova così conferma che sono pazzo, o qualcosa del genere, forse un po’ svitato, stordito, non del tutto a posto col cervello. Certo, non vado a caccia la domenica, come fanno loro, gli uomini, né vado in chiesa quel giorno, come fanno le donne. Sto per i fatti miei, coi miei animali, le mie piante, il mio orto. Ed esco solo per le passeggiate, poiché i cani me lo chiedono e anch’io ho bisogno di sgranchirmi le gambe ogni tanto.
Ma la sfortuna mi perseguita, quando vado più lontano delle solite passeggiate in campagna. L’ultima sciocchezza che ho combinato ve la devo raccontare, non perché sia importante o istruttiva per voi, ma perché per me è terapeutico raccontarla e devo perciò sfogarmi, farla uscire, diffonderla nell’etere, lasciarla andare, disfarmene, come un corpo estraneo che continua ad intasare le mie vie respiratorie, il mio apparato digerente.
Avevo preso appuntamento con una donna, su in montagna. Dovevo comprare una fototrappola di seconda mano. Per telefono non le avevo chiesto il suo numero e mi ero limitato all’indirizzo. Arrivato a metà strada, quando costeggiavo il lago di Cavazzo, si accende la spia rossa della batteria e quando si accende una qualsiasi spia rossa, sul display della macchina, ci si deve fermare. Non ci sono santi!
Io invece – e questo è solo l’inizio della sciocchezza – ho proseguito, perché non volevo arrivare tardi all’appuntamento e non potevo neanche telefonare per disdirlo, dato che non sapevo il numero della donna. Così tirai dritto, con l’ansia che mi cresceva a dismisura nel petto come un mostruoso tumore. “Bomba o non bomba”, sono arrivato ad Ampezzo. E quando finalmente fui sul posto, che non fu facile trovare essendo il territorio disseminato di villette sparse e case di vacanza, e per giunta senza numeri civici, l’istinto mi venne in aiuto dicendomi che non dovevo spegnere il motore, altrimenti non sarei più ripartito.
Trovai la donna, a fatica, a forza di chiedere. Mi consegnò il pacchetto. Pagai il prezzo convenuto. Ripartii per la pianura. Ero in stato di trance, come quando si attende con preoccupazione l’arrivo di una tempesta. Come prima degli esami. Come un condannato a morte che aspetta l’ora fatale.
Arrivato a Sant’Odorico, oltre alla spia rossa della batteria, se ne accese un’altra che non conoscevo, ma non si limitò ad accendersi, bensì cominciò ad emettere un suono d’allarme intermittente e lì mi prese il panico, l’apoteosi febbricitante dell’angoscia. Trovai un angolino dove parcheggiare senza dare intralcio e girai la chiave nel quadro. Il segnale acustico si spense, ma non la mia angoscia. Ero appiedato, piombato in un altro mondo, catapultato in un’altra dimensione. Distavo da casa trenta chilometri.
Qualcuno venne a prendermi. Il meccanico, due giorni dopo, mi accompagnò sul posto con il caricabatteria che hanno tutti i meccanici. Stetti due settimane senz’auto, ferma in officina, e alla fine spesi una cifra importante. E tutto questo per il mio senso del dovere, perché non volevo mancare all’appuntamento, tirare un bidone a quella donna. Qui finisce la mia ultima sciocchezza, ma ne ho tante altre. Me ne arrivano di continuo e avrò ancora bisogno di spurgare le scorie che queste disavventure mi lasciano dentro. Avrò ancora bisogno della vostra pazienza, facendo leva sulla vostra curiosità. Ma per ora mi fermo qui. Mi sento già un po’ meglio!

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