Il canarino
Ho avuto qualche reticenza a scrivere questo articolo perché darsi dello stupido da soli non è una cosa sana. Nella vita, ci pensano già gli altri a dirci che siamo stupidi, o che abbiamo bisogno di “uno bravo” o altri insulti più o meno elaborati. Perciò, quando qualcuno, come me in questo momento, dice che è stupido, la gente ci crede subito, senza difficoltà, ma se dicessi che sono intelligente, le persone non ci crederebbero né subito, né in un secondo momento, né mai. Io però devo raccontare le cose che mi succedono e, se sono cose stupide, ovvero se i risultati che ottengo lo sono, come faccio a raccontarle quando esse danno di me un’immagine di persona stupida, imbranata, goffa, impacciata e maldestra, o forse troppo ingenua? Ovvio, potrei stare zitto, ma se invece ne parlo, forse qualcuno potrebbe trarne un insegnamento, almeno per imparare a non fare gli stessi miei errori. Io stesso, spero, dovrei riuscire ad imparare la lezione.
E allora, ve lo racconto, succeda quel che succeda. Magari, potrei incontrare persone che, ascoltando le mie disavventure, invece di giudicarmi uno stupido, potrebbero provare umana compassione e darmi dei suggerimenti per evitare in futuro il ripetersi delle mie stupidate. Le correzioni, se date in modo didatticamente corretto, con il dovuto tatto, sono sempre ben accette, specie per chi come me è la prima volta che vive su questo pianeta, con tutte le difficoltà che noi alieni incontriamo da sempre quando veniamo a viverci per la prima volta.
E allora, ecco la storia del canarino.
Mi era stato regalato un canarino canterino, ibridato, credo, con un verdone. Cantava dalla mattina alla sera, come se il suo scopo nella vita fosse solo quello. L’avevo chiamato Gimmy, come colui che me lo aveva regalato. Forse cantava per richiamare la femmina, ma io non me ne intendo di canarini, conosco solo il detto “l’uccello chiuso in gabbia, canta per amore o per rabbia”, che è una metafora applicabile agli esseri umani. Dunque, non avendo motivo di credere che cantasse per rabbia, non mi restava che l’altra ipotesi, cioè che cantasse per attirare una femmina. Mangiava regolarmente e il suo cibo era costituito da semi e foglie di radicchio, mentre dell’uovo sodo gli piaceva solo il tuorlo. Il pastone apposito non lo degnava nemmeno di uno sguardo.
Aveva anche una visuale che presumo piacevole per un uccellino: l’affollarsi ininterrotto di passeri e cinciallegre sulla mangiatoia penzolante sotto il portico, da me rifornita in continuazione. La vedeva attraverso la finestra davanti alla quale posizionavo la voliera, posta su un tavolino dotato di rotelle. Gli uccelli liberi non mi pare che gli prestassero troppe attenzioni, perché pensavano ad azzuffarsi per il cibo, e anche lui continuava a fare la sua vita di prigioniero senza emozionarsi troppo vedendoli.
Tuttavia, sapete come succede in questi casi alle persone dotate di empatia? Proiettiamo i nostri sentimenti sugli altri e quando lo sentivo cantare, mentre passeri e cinciallegre a nemmeno due metri da lui, al di là dei vetri, litigavano per il cibo, non potevo fare a meno di pensare che gli sarebbe piaciuto aggregarsi all’allegra compagnia, mangiare insieme a loro, magari litigando, ma vivendo libero di andare e venire, di farsi i suoi voletti per sgranchirsi le ali e di ritornare a dormire nella sua voliera, sui posatoi conosciuti, quando calava la notte. Un po’ come i detenuti in semilibertà, che devono rientrare in carcere tutte le sere, a una certa ora, dopo esser stati fuori a lavorare.
Tutto questo mi frullava per la testa mentre anch’io desinavo guardando lui e gli altri fare altrettanto. Devo dire che l’idea di dargli la liberà mi era venuta appena me lo avevano regalato, ma ho aspettato perché faceva ancora freddo e non mi sembrava che il momento giusto fosse ancora arrivato. Fino a quando, un paio di settimane fa, con le giornate ormai tiepide, gli aprii la porticina della voliera e lui, secondo le mie aspettative, ne approfittò.
Un bel gesto: dare la libertà a un prigioniero che non aveva commesso alcun reato, che non aveva fatto niente di male. Se non che, i passeri non ne vollero sapere di Gimmy, benché appartenenti tutti alla grande famiglia dei Ploceidi. Non lo degnarono neanche di uno sguardo e continuarono a fare la loro vita, a differenza del canarino che si ritrovò perso e spaesato. Un po’ come molti migranti che, arrivati in Europa, non solo restano delusi perché vedono con i propri occhi che è molto diversa da come se l’aspettavano, ma danno fuori di matto comportandosi in maniera indecente e delinquenziale.
Il mio canarino non si mise a sfasciare macchine e vetrine dei negozi, ma gironzolò nel cortile senza sapere bene cosa fare e la sera ne sentii il canto dimesso, mentre era posato su un bancale, e andai di sopra a prendere un guadino nella speranza di catturarlo e rimetterlo in gabbia. Purtroppo, quando scesi armato di reticella, lui era sparito. Forse, se fossi riuscito a catturarlo, avrei rimesso le cose a posto, con il prigioniero di nuovo in prigione e la mia autostima ne avrebbe guadagnato, ma la stima che ho di me, già per motivi fisiologici ridotta ai minimi termini, non ebbe l’opportunità di alzarsi di livello e ancora adesso mentre scrivo continuo a darmi dello stupido. Cosa mi era saltato in mente? Cosa pensavo di fare? Ci sono utenti dei social che invitano a non umanizzare gli animali, arrivando, in casi come questo, a dire che abbiamo visto troppi film di Walt Disney.
Io non credo di aver visto troppi film edulcorati e idilliaci, con Biancaneve, i cerbiatti, i leprotti e gli uccellini, ma volevo che il canarino socializzasse con i suoi simili, che si unisse a loro, che avesse una qualche vita sociale. Forse in lui vedevo me che, di vita sociale, per mia scelta, sono piuttosto carente e del resto perché si chiamerebbero “proiezioni freudiane”, altrimenti? Celentano cantava: “E io, portai un po’ di vino, io che di donne non ne ho”.
Anche Gimmy non aveva una compagna e non nascondo che l’idea di fornirgliene una mi era anche venuta. Ma il destino ha deciso diversamente. Nei giorni seguenti mi pareva di sentirlo cantare, fuori in giardino, da qualche parte fra gli alberi o negli orti e m’immaginavo di dovermi recare presso qualche vicino a farmelo ridare indietro, spiegando la situazione, ovvero dicendo che avevo fatto una stupidaggine, ma non era lui, era qualche pigliamosche, o qualche cinciallegra o qualche capinera di passaggio.
Lui da quel giorno è sparito dalla mia vita, la casa è silenziosa e la visuale della gabbia vuota mi ha messo tristezza per diversi giorni, fino a quando non l’ho messa nel sottoscala, dove si trova tuttora. La mia collezione di stupidaggini ha una...figurina in più e sul mio stanco cuore di animale animalista da oggi c’è una ferita in più, che piano piano si sta rimarginando.
Commenti
Posta un commento