Le mie fobie


 

Da non molto tempo ho scoperto di soffrire di diverse fobie. Che mi facessero paura i ragni già ne ero al corrente e sapevo che si chiama aracnofobia, ma di altre provavo i disagi tipici di chi ne soffre, in particolari situazioni, senza sapere come si chiamassero. E’ stato così, vedendo un film di “Man in Black” in 3D, cioè tridimensionale, che ho scoperto di avere la paura delle altezze, il cui termine tecnico è acrofobia. E, sempre a causa di un altro film, intitolato “Buried”, sepolto, mi sono accorto di avere anche la claustrofobia, sebbene riesca senza difficoltà ad entrare e a servirmi degli ascensori. Nelle grotte mai e poi mai mi ci intrufolerei, specie se si tratta di stretti cunicoli. Quindi, per tale ragione, non potrei mai fare lo speleologo e nemmeno il minatore. Meglio così, lo lascio fare ad altri, sia l’uno che l’altro. Sono un animale di superficie.

 

 

Ancora più recentemente, ho scoperto di avere anche la talassofobia, cioè la paura delle acque profonde. Mi è capitato di provare molta impressione per il caso di quel piccolo sommergibile di nome Titan, con cui una ditta privata portava i turisti a vedere da vicino i resti del Titanic e che ha subito un’implosione strutturale nel giugno del 2023. Tra i cinque morti c’erano anche un padre e suo figlio e si disse che i passeggeri siano morti istantaneamente, senza avere il tempo di capire cosa stesse succedendo.

Pochi giorni fa, cinque subacquei genovesi con esperienza sono morti annegati alle Maldive e molti si sono chiesti come abbiano potuto agire con tanta leggerezza, se veramente erano degli esperti. Ho sentito dire, per esempio, che le bombole non erano adeguate, perché, essendo scesi a 60 metri di profondità, erano bombole predisposte a non superare i 30 metri. Poiché sono entrati in una grotta sottomarina, dal mio punto di vista esplicitano due fobie insieme: la talassofobia e la claustrofobia, e anche qui si aggiunge un’altra attività che non farei mai, sebbene la fauna sottomarina mi interessi come la fauna terrestre. Il massimo che sono riuscito a fare è scendere a non più di cinque metri di profondità, e anche meno, la prima volta nel golfo di Trieste, tanti anni fa, e successivamente in Madagascar, ma sempre senza bombole e anche senza i pesi di piombo che i subacquei indossano come una cintura per poter rimanere a fondo senza essere spinti in superficie dall’aria presente nei polmoni.

L’unica volta in cui, in Madagascar, ho fatto quell’immersione, con pinne e maschera, poi non riuscivo più a risalire sulla piroga da cui mi ero tuffato. Sollevare il mio corpo di 70/75 chilogrammi oltre il bordo dell’imbarcazione non ci riuscivo proprio, tanto che durante i miei tentativi il piroghiere malgascio si era offerto di aiutarmi a tirarmi su. Ho rifiutato, forse per motivi d’orgoglio e alla fine ci sono riuscito da solo. Una nota curiosa: oltre al normale biglietto per accedere a quel servizio, i piroghieri malgasci fanno pagare una tassa aggiuntiva per “la salvaguardia della barriera corallina”, ma sono essi stessi, spesso e volentieri, con le loro tecniche di pesca, a compromettere la biodiversità della barriera, per poi dichiararsi come protettori della medesima. Non è questione di soldi, perché a gente che lavora duramente per sopravvivere, noi turisti bianchi possiamo pagare anche più del dovuto, se veniamo trattati con gentilezza e competenza, cioè se non ci portano a morire annegati durante le burrasche, tanto per fare un esempio.

Ma torniamo ai cinque italiani morti alla Maldive. Per me potrebbe essersi trattato della famigerata “ebbrezza da profondità”, che è studiata scientificamente e che rappresenta uno dei pericoli delle immersioni. Accade che il cervello, non ricevendo abbastanza ossigeno, o anche per altre cause, entri in uno stato di ilarità immotivata, tanto che il sub a un certo punto, non capendo più dove si trova, si toglie la maschera e muore miseramente annegato, ebbro di un’ebbrezza mortale. Si direbbe con il sorriso sulle labbra.

Questa è la mia prosaica spiegazione, da perfetto profano della materia, ma nel video qui pubblicato è stata interpellata una donna in stato di trance, che ha avanzato un’altra ipotesi, molto più inquietante e suggestiva. Ovvero che i cinque sub abbiano visto cose non non dovevano vedere e che ovviamente non si aspettavano. Niente meno che un’altra dimensione, con un portale, oltrepassato il quale siano morti. O meglio, i loro corpi sono morti, mentre le loro anime hanno proseguito il percorso fino ad arrivare in un misterioso “altrove”. Come nel caso delle esperienze di pre-morte c’è una luce bianca in fondo a un tunnel, nel caso dei subacquei c’era, ci viene detto dalla donna sotto ipnosi, una luce azzurrina. Io non c’ero, io non so e mi riesce difficile crederlo. E infatti, non ci credo. Però, come si dice in questi casi? Mai dire mai!


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