I bambini sono il primo bersaglio
I bambini sono l’obiettivo primario di ogni forma di genocidio. Lo abbiamo visto nel momento in cui i soldati più morali del mondo sparano in testa ai bambini palestinesi. Questa è la forma diretta di genocidio, ma i bambini possono anche essere sottratti ai genitori, come è successo alla “famiglia del bosco”, e trasferiti altrove, dandoli in custodia a persone che non sono i genitori naturali. Ma un genocidio, termine coniato da Raphael Lemkin ed usato la prima volta nel 1944, si può intendere in due maniere, ovvero si può “considerare il trasferimento forzato di bambini in un altro gruppo o con provvedimenti miranti ad impedire le nascite”. Ricavo questo passaggio da “Lo stato criminale”, di Yves Ternon – Editrice Corbaccio, 1997 – pag. 43.
Finché si tratta di far arrivare i camion degli aiuti umanitari, aspettando che vengano circondati da folle di bambini affamati, per poi sparare su di essi mentre allungano le bacinelle agli addetti alla distribuzione, si capisce che l’obiettivo è annientare le nuove generazioni dei palestinesi, per far sì che, una volta cresciuti, quei bambini non diventino...”terroristi” ai danni degli israeliani. Ma come fanno i sedicenti ebrei ad impedire le nascite? Per esempio, bombardando gli ospedali e uccidendo i medici, oltre ad incendiare le tendopoli dove si riparano donne e bambini. Anche qui, che ci sia un genocidio è evidente, ma soffermiamoci sul concetto di “provvedimenti miranti ad impedire le nascite”.
Questa è una cosa che riguarda anche noi e non occorre fare un grosso sforzo di immaginazione se pensiamo al femminismo nato negli anni Sessanta, su iniziativa dei Rockefeller. Ciò non significa che le rivendicazioni di pari opportunità tra uomo e donna non fossero un moto spontaneo nella società dell’epoca, tenuto conto che per tutti gli anni Sessanta, culminando nel ‘68, c’erano grandi fermenti socioculturali in Europa e America. Ma l’astuzia dei miliardari ebrei consistette proprio nel cavalcare l’onda, finanziando i primi gruppi di femministe e attuando tutti quei provvedimenti atti ad introdurre nuove istanze, con il conseguente attacco alla famiglia tradizionale. Si volle creare la donna lavoratrice, così da poterla tassare al pari degli uomini.
In casa entrarono due salari, o due stipendi, ma i figli, quando non erano a scuola, rimasero molte ore al giorno senza la madre e, qualora non ci fossero i nonni, si dovette fare ricorso alle baby sitter e forse fu allora che nacque tale termine. Non posso nemmeno escludere che fu in quel periodo che vennero istituiti gli asili nido. Tutto ciò accadeva più di mezzo secolo fa e viene facile sospettare che fosse propedeutico alla deportazione di mano d’opera non qualificata da Africa e Asia, soprattutto dalla prima.
All’epoca, le femministe non potevano rendersene conto, né alcuna di esse aveva mai sentito parlare del Piano Kalergi. Oggi, osservando tutti gli eventi accaduti in Occidente dall’alto dei nostri Anni Venti del Ventunesimo secolo, possiamo ipotizzare che il femminismo fu funzionale allo spostamento di masse di africani ed asiatici in Europa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le coppie dei nativi europei non fanno figli perché non possono permetterselo, mentre africani ed asiatici, essendo rimasti indenni dal cataclisma culturale del femminismo, non rinunciano a procreare come espressione della loro cultura e tradizione.
Se poi trovano stati in disfacimento come l’Italia, con popolazioni di età media elevata, nonché prodighi nell’elargire assistenza agli ospiti stranieri, la rinuncia a mettere al mondo figli diventa semplicemente assurda, agli occhi di un africano o di un asiatico.
Possiamo quindi riconoscere che c’è uno stretto legame, un filo rosso, che unisce il femminismo alla sostituzione etnica attualmente in atto in Europa. Negarlo significa avere gli occhi foderati di prosciutto, oppure essere iscritti al partito democratico. E’ come se, dietro, ci sia stata una regia lungimirante, magari di matrice ebraica, o meglio aschenazita, poiché tutti riconosciamo in quella schiatta, originaria della Kazaria, un Q.I. piuttosto elevato, oltre al fiuto per gli affari e all’abilità nel manipolare le menti dei non ebrei, cioè noi, ebeti disorientati che non siamo altro!

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