Lettera a un cittadino mai nato

 


Hai reso la mia vita un inferno e le città invivibili, ma non è colpa tua perché, lo dico senza offesa, il tuo Q.I. è sempre stato molto basso. Selvaggio eri nei tuoi paesi d’origine, selvaggio hai continuato a vivere qui presso di me, senza accorgerti che il contesto era cambiato. Qui hai trovato l’America, hai trovato amici che ti hanno accolto, perdonandoti i tuoi colpi di matto e perfino i tuoi reati. Non sapevi – e non potevi saperlo – che questa dove sei stato accolto è una società decadente, dove l’ideologia cristiana, portata alle sue estreme conseguenze, insegna che bisogna amare i propri nemici, ed è l’unica religione al mondo a dire una corbelleria del genere. Sulla base di questo c’è stato chi ha detto che non potevi sapere, provenendo dalla giungla, che stuprare una donna in spiaggia fosse reato. E c’è stato anche chi ha profetizzato che il tuo stile di vita un giorno sarebbe stato anche il nostro e in entrambi i casi, a dire castronerie del genere, erano due donne, ma questo si spiega sia a causa del malsano cristianesimo, sia a causa della degenerazione di un’altra religione, il comunismo marxista. Tu queste cose non le puoi sapere.

 

 

Tu sei ben contento di ricevere vitto e alloggio gratis, una paghetta settimanale e altre carezze che molti volontari cristiani – e comunisti - ti hanno elargito con un sorriso, salvo poi chiederti come potessero essere così stupidi. Ebbene, me lo sono chiesto spesso anch’io. Ti hanno aiutato in mille modi, anche regalandoti biciclette, se non addirittura automobili, affinché tu potessi andare a lavorare. E mentre tu ricevevi i pasti gratis, pagati dalla collettività, meditavi su come vendicarti per quello che per noi era un atto d’amore, ma che tu vivevi come un insulto. La tua rabbia spesso esplodeva per le strade, senza che tu neanche ne sapessi il motivo, o forse perché ti eri inebriato di alcol o droghe, entrambe cose che nei tuoi paesi non potevi permetterti e il tuo corpo non era abituato a reggere. Queste tue intemperanze, di cui le nostre macchine e le vetrine dei nostri negozi ne sanno qualcosa, ci lasciavano allibiti e senza una spiegazione, portandoci però a riflettere amaramente sull’ingratitudine umana.

Quando poi, il 13 giugno a Roma, decine di persone si misero a gridare in corteo: “Musulmano pezzo di merda!”, ci fu chi, a sua volta, amaramente disse che in quarant’anni, da quando era in Italia, non aveva mai visto e udito una cosa del genere. Io ti rispondo che in quarant’anni, da che vedo i telegiornali e leggo le notizie su internet, non avevo mai visto una prodezza come quella da te fatta a Belfast, con la tua vittima distesa supina a terra e con te a cavalcioni di chi fino a quel momento ti aveva aiutato. Gli hai cavato un occhio con un coltello, non so se ti rendi conto, e hai cercato anche di decapitarlo. Ma dimmi, eri per caso sotto l’effetto di qualche droga? Ti sei reso conto che stavi ammazzando proprio colui che ti forniva cibo gratis ogni giorno e ti aiutava in mille altri modi?

Noi abbiamo un detto per questo comportamento: “Crescere una vipera in seno”, ricavato da un’antica favola di Esopo, ma tu non puoi conoscerla perché, siccome leggi un solo libro, il Corano, oltre ad avere un Q.I. basso, le tue conoscenze sono alquanto limitate. Ora ti stupisci che gli altri abitanti di Belfast abbiano fatto il giro delle case abitate dai musulmani, terrorizzandoli, ma dovevi sapere che prima o poi, dopo l’ennesima tua intemperanza, sarebbe successo. Anche perché gli irlandesi sono reduci da una recente guerra civile piuttosto pesante, mentre in Italia l’ultima guerra civile risale al 1943. Gridare “Musulmano pezzo di merda” è ancora troppo poco. Non ti lamentare, quindi. E pensa piuttosto a fare le valigie, che il biglietto per tornare a casa tua, tanto per cambiare, te lo pagano i contribuenti italiani. Una stretta di mano e, se vuoi, ci salutiamo da buoni amici. Basta che vai fuori dalle palle!

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