Là dove mangiano i cacciatori
Se andate in qualsiasi ristorante del Friuli, sia in montagna che in pianura, nel menù potete trovare le pappardelle al ragù di cinghiale o le tagliatelle al ragù di cervo. C’è un business dietro il gran numero di altane da caccia, sparse nel territorio, da cui gli arditi bioregolatori, seduti comodamente all’interno, assassinano caprioli da mettere in congelatore, interi o a pezzi, di modo che nei ristoranti non manca mai nemmeno il capriolo con la polenta. La gente mangia, divora carne in gran quantità, fagocita proteine e s’ingozza spensieratamente, senza scrupolo alcuno e questo succede ogni santo giorno, tranne nelle giornate settimanali di chiusura dei ristoranti. Non c’è poi molta differenza se a finire nei voraci stomachi della gente sono animali d’allevamento o selvaggina nata e vissuta in libertà, per finire morta ammazzata a colpi di fucile, ma ci sono ristoranti che portano in sé un’aura di vergogna e di scelleratezza che i divoratori di carne non colgono, ma che i vegetariani percepiscono nettamente.
Sono i ristoranti “Al cacciatore”, che già nell’intestazione annunciano la loro specialità in carne di selvaggina. E tralasciamo quelli che forniscono la famigerata “polenta e osei”, che non si mettono troppo in mostra e che danno tale...prelibatezza, di sotto banco, solo ai clienti affezionati e conosciuti, diffidando degli estranei che potrebbero riservare delle sorprese.
Poiché compito degli animalisti è principalmente quello, educativo, di arrivare ad un cambio di paradigma, ristoranti che abbiano come insegna “Al cacciatore” sono come un pugno in un occhio e non trovano posto in un eventuale scenario di evoluzione culturale della società, magari dal sapore utopico, ma che, ciò non di meno, non possiamo non auspicare e perseguire. Sulla base di questa premessa e considerato il metodo dell’Animal Liberation Front, importato dall’Inghilterra, nei decenni trascorsi ho fatto la mia parte, organizzando azioni dimostrative che comprendevano atti di sabotaggio delle strutture colpevoli di opprimere gli animali.
I ristoranti “Al cacciatore” non sono direttamente responsabili di tale oppressione, ma ne rappresentano un anello della stessa catena, ne sono lo sfogo commerciale, una forma sanguinaria di propaganda e pubblicità, una normalizzazione di macelli, allevamenti e tiri al bersaglio da parte di crudeli persone armate. Pertanto, mi sono sempre sentito del tutto legittimato a colpire anche quei ristoranti, luoghi che oltre alla propaganda in favore della caccia, servono brandelli di cadavere insaporiti da spezie e cucinati fino a renderli appetibili. Il consumatore medio di tali carogne speziate appartiene a quella categoria di plebaglia incolta e inconsapevole, che gli antichi greci chiamavano “iloti”, ma che noi conosciamo con vari nomi come trogloditi, villici, contadini e allevatori, bifolchi e villani. In una parola: cacciatori.
Eravamo alla metà di gennaio del 2006. Io e X. Abbiamo dato fuoco ad alcuni camion per il trasporto del cosiddetto bestiame e dopo qualche giorno si sono aggiunti altri nostri amici, insieme ai quali abbiamo fatto un’azione eclatante bruciando diversi camion per il trasporto di salumi, ma di questo ne parlerò un’altra volta. Ciò di cui voglio parlare ora è un’azione dimostrativa ai danni del ristorante “Al cacciatore” di Turrida di Sedegliano. Niente incendi, ma solo scritte con le bombolette spray e il taglio delle pompe dell’annesso distributore di benzina. Anche un paio di macchine, ivi parcheggiate, hanno avuto gli pneumatici forati. Nella foto si vede la mia scritta: “Trattoria allo stupratore”. Niente di trascendentale.
Nè io né X ci eravamo accorti delle telecamere esterne al ristorante, per cui siamo stati ripresi mentre ci muovevamo, guardinghi, davanti al ristorante, ma avevamo entrambi i passamontagna calati sul volto. Nei giorni successivi, facemmo alcune telefonate anonime, cosa di per sé rischiosissima, e il mio collega X ci aveva preso gusto, tanto che dopo aver letto dell’intenzione del titolare del ristorante di cambiare nome al locale, volle telefonargli per ringraziarlo della saggia decisione. Eravamo un po’ come quei ladri gentiluomini che si distinguono, almeno nei romanzi, per un certo stile gentile mentre rubano.
Dopo venti anni dall’accaduto, anche oggi il ristorante preso di mira si chiama con il suo antico nome: “Ca dal pape”. Avevo inoltre stilato una lista dei ristoranti del Friuli con la stessa intestazione dedicata ai cacciatori, ma solo ad alcuni facemmo delle telefonate, dando ai titolari un mese di tempo per cambiare nome. Qui ci siamo fatti prendere la mano, stavamo bluffando e questo lo notarono anche i giornalisti. Non fummo arrestati subito, ma dopo qualche settimana, insieme purtroppo ad altre persone, dopo quell’azione a cui ho accennato e in cui bruciammo dei camion per il trasporto di salumi. Ma su questo vi rimando al mio prossimo articolo.

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