Officine meccaniche per relazioni guaste
Sull’ingratitudine dei figli sono stati versati nei secoli fiumi d’inchiostro. La questione è annosa, per non dire millenaria, e lo si capisce anche dal fatto che Mosè ha pensato di inserirla nelle cosiddette tavole della legge, conosciute anche come “Dieci comandamenti”. Onora il padre e la madre è il quarto di tali comandamenti, per i cattolici, ma il quinto per gli ebrei. Fatto sta che gli psicologi hanno individuato la ribellione dei figli verso i genitori come una fase fisiologica normale, che si manifesta intorno ai 15 anni. E’ la stessa età in cui molti giovani scappano di casa, quasi per una forma di vendetta o di ritorsione nei confronti dei genitori, per poi fare ignominiosamente ritorno e venire accolti a braccia aperte. Anche qui non possiamo astenerci dal menzionare il riferimento biblico del “figliol prodigo”, su cui sorvoliamo.
Nel mio lavoro di autista parlo con molte persone, che mi raccontano le vicissitudini delle loro vite, specie durante i viaggi lunghi. Non sono solo le donne a raccontarmi le loro particolari amarezze, ma anche gli uomini. In un contesto diverso, tali persone lamentose dovrebbero essere evitate, in quanto “tossiche”, ma dentro un’automobile, con me alla guida nei panni di servizievole autista, non c’è scampo. Finché non li ho portati all’ospedale o a fare qualche altra visita medica, il mio dovere è di resistere stoicamente alle loro lamentele, muovendo di tanto in tanto la testa in segno di assenso, come facevano quei cagnetti di plastica che nel secolo scorso venivano messi dietro la macchina, sul lunotto posteriore, e che, avendo la testa snodabile, la muovevano in base ai sobbalzi dell’automobile stessa.
Di un uomo, un padre, che mi ha raccontato le sue disavventure con la figlia, racconterò solo un episodio, paradigmatico delle difficoltà che questo signore incontra con la figlia già adulta. Premetto che non l’ha vista crescere, grazie al divorzio da sua madre e che la ragazza in questione è cresciuta con l’idea d’essere stata abbandonata dal padre, e quindi con il risentimento naturale che si prova verso chi ci lascia e se ne va. Tale trauma infantile non è mai stato superato. Entrambi hanno sofferto per la separazione, il padre per non aver potuto svolgere il ruolo che la natura e la società gli avevano promesso, e la figlia per non aver avuto negli anni dell’infanzia e della giovinezza una figura paterna presente e, a detta degli psicologi, necessaria. C’è un solo colpevole, lo dico senza mezzi termini: il Femminismo!
Ecco l’ultimo episodio della serie in ordine di tempo. Dovendo cambiare auto, il padre ha pensato di regalare la vecchia macchina alla figlia, prima di comprarne una nuova. Alla figlia, che non avrebbe avuto bisogno di fare il passaggio di proprietà poiché sul libretto di circolazione compariva lo stesso cognome, il padre regalava anche l’assicurazione già pagata. La ragazza un anno prima era convolata a nozze con uno straniero, un marocchino per la precisione, facendo, lo dico in senso ironico, la felicità del padre. Dunque, la presenza di un marito non aiutava la relazione in corso tra padre e figlia, ovvero i continui tentativi di riallacciare un rapporto che in realtà per molti anni era mancato. Si presentava la situazione del “terzo incomodo”, interpretata in questo caso dal padre e non certo dal marito. Il matrimonio quindi era stato deleterio sotto diversi aspetti, non solo quello della cultura differente del coniuge, foriera di future incomprensioni.
Quando il padre chiese un appuntamento a entrambi i giovani, il marito non si presentò e fu la figlia a dire burocraticamente al padre che non erano interessati alla macchina. In certe culture, rifiutare un dono è un insulto mortale, ma non nella nostra. Tuttavia, tra noi bianchi vige una certa formalità chiamata gentilezza, tatto, riguardo, urbanità e modi affabili. Niente di tutto questo si verificò durante l’incontro tra padre e figlia. C’è modo e modo di dire le cose e in questo caso la donna avrebbe dovuto essere più comprensiva verso il vecchio padre che stava attraversando un momento di crisi, di passaggio, e si trovava in uno stato di fragilità emotiva. Anche gli uomini più navigati possono trovarsi in uno stato di fragilità e aver bisogno d’essere trattati con delicatezza. La donna, viceversa, colse l’occasione per manifestare per l’ennesima volta il suo risentimento che covava sotto le ceneri.
Quando il padre le disse che voleva parlare con il capo-famiglia e che non aveva senso parlare con lei, la ragazza andò fuori dai gangheri. Aver toccato quello che è un nervo scoperto la fece infuriare. Nella realtà, lei sapeva benissimo che il padre aveva ragione, ma non volle ammetterlo. Avendo sposato un marocchino, imbevuto di mentalità patriarcale, la poneva in uno stato di subalternità rispetto al marito, che era quello che, tradizionalmente, prende le decisioni in famiglia. E questo accadeva un tempo anche da noi. Se per una donna marocchina è normale, per una caucasica dei tempi moderni è un pugno nello stomaco ed è qui che questo tipo di matrimoni misti entra in corto circuito. Il padre può anche decidere di regalare la vecchia auto a qualcun altro, o di metterla in vendita, ma le tensioni tra una donna ariana e un magrebino restano, macinano rancore e potrebbero sfociare in una dolorosa separazione, se non peggio. Le automobili si comprano e si vendono, ma le relazioni, una volta guastate, non c’è officina meccanica che possa aggiustarle.

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