Vandalismi etici
Le prime volte che andai in cerca delle macchine dei cacciatori, per bucar loro le gomme, tornai a casa con un nulla di fatto, cioè senza averne bucata neanche una. La prima volta era un capodanno e, a bordo della mia Fiat 500, girai dalle parti di Latisana per cercare macchine parcheggiate in aperta campagna. Non ne trovai, per la semplice ragione che o si guida o si guarda il paesaggio. Non potevo compiere reati vicino casa, perché ero già conosciuto dalle forze dell’ordine come animalista “estremista”. La seconda volta andai dalle parti di Colloredo di Montalbano, ma anche in quel caso di macchine ferme sotto gli alberi non vidi neanche l’ombra. La terza volta andai a Faedis, in località Poiana, ma mentre camminavo su una strada sterrata, mi trovai improvvisamente faccia a faccia con un cacciatore. Il quale mi chiese: “Cerca qualcosa?”. Preso alla sprovvista, gli risposi che stavo cercando il mio cane. Lui non aggiunge altro e io presi la mia macchina e tornai a casa. Successivamente, mi recai presso le campagne di Cordenons, trovai una mezza dozzina di automobili, alcune delle quali con gli adesivi delle associazioni venatorie. Stavo per mettere mano al punteruolo, quando mi avvidi che in lontananza c’era un cacciatore che mi stava osservando. Mi allontanai da lì senza fretta, camminando lentamente, per non destare sospetti, risalii in macchina e tornai a casa.
E infine, arrivarono i risultati. Presso Codroipo, abbandonata l’idea di evitare di compiere reati vicino casa, compii delle vere prodezze. Una mezza dozzina di macchine, vicino Zompicchia, tutte sottoposte alle cure del mio mazzuolo e del mio punteruolo. Nessuna conseguenza giudiziaria. Poi, in località Patoch, due macchine, sottoposte allo stesso trattamento. Anche qui, nessuna conseguenza giudiziaria, ma un articolo di giornale che parlava di vandalismi. I soliti giornalisti venduti, o finti tonti!
In Comune di Varmo, altre due macchine con fanali, specchietti retrovisori e pneumatici resi inservibili. Ero arrivato lì in bicicletta e, mentre mi stavo allontanando in direzione opposta a quella da cui ero arrivato, vidi che tre cacciatori ancora lontani stavano venendo verso di me. Feci dietrofront, perché non potevo incrociarli così che vedessero il mio volto, e rifeci la strada da cui ero giunto. Ma quella mattina, tornando a casa in bicicletta, mi fermarono i carabinieri, mi perquisirono lo zainetto e vi trovarono gli “attrezzi da lavoro”. Mi dissero di precederli verso la loro caserma, mentre loro mi seguivano in macchina a velocità ridotta. In ufficio mi consegnarono la notifica pertinente e il giudice in seguito mi diede il foglio di via da Rivignano, per un anno. Ma io abitavo a Codroipo.
Nelle colline moreniche di Montenars, come si può leggere nell’articolo del Gazzettino, una mezza dozzina di macchine ebbero le nostre attenzioni. Dico nostre perché ero in compagnia di una animalista. Era il settembre del 2004. In quel parcheggio, oltre ai cacciatori, fermava la sua macchina anche un prete uccellatore, Don Francesco Placereani, ora defunto, che aveva il roccolo lì vicino, con il quale si trastullava a catturare i piccoli uccelli migratori.
Noi arrivammo lì in macchina, ma nessuno si accorse del nostro arrivo. Facemmo quello che dovevamo fare e ce ne andammo. I giornali, Gazzettino e Messaggero Veneto, dissero che la popolazione era sotto shock per l’accaduto. Gente semplice, di montagna, dalla mentalità in stile Mauro Corona, antropocentrica e specista per educazione, nonché attaccata alle tradizioni. Se poi, a praticare caccia e uccellagione sono anche le guide religiose, la coscienza dei montanari può stare tranquilla. Se Dante metteva i Papi all’inferno, io mi permetto di metterci preti cacciatori e uccellatori.
L’animalista che era con me a Montenars aveva una casa a Urbino e fu da quelle parti che una domenica mattina trovammo un paio di macchine parcheggiate in campagna. Eravamo arrivati sul posto con la mia Suzuki Samurai. Un cacciatore, sbucato da dietro una siepe, ci vide ma, trovandosi in cima a una piccola altura, era impossibilitato a scendere a causa della vegetazione. E allora, cominciò a urlare: “Signora, signora...”. Eppure, c’ero anch’io lì, e avevo in mano l’attrezzo del mestiere. Senza por tempo in mezzo, salimmo sulla mia macchina e scappammo, sperando che l’uomo non riuscisse a leggere la targa. Così fu, per fortuna. Dopo qualche giorno, la donna fu chiamata dai carabinieri, che le fecero una paternale dicendo: “Ci sono state delle lamentele da parte dei cacciatori...”. Non le venne notificata alcuna denuncia, ma si trattò solo di un benevolo avvertimento. Dopo quella volta, non a causa di quell’episodio bensì per motivi di incompatibilità di carattere, ci perdemmo di vista e io non bucai più le gomme delle macchine dei cacciatori. E penso che anche lei abbia smesso.

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